X-LAB TEAM : Fenomeni aerei anomali, astronomia, parapsicologia, fenomeni inspiegabili, esperimenti di contatto alieno e... molto altro. XLT, un team indipendente slegato da ogni potere occulto ora c'è!
Avevo promesso un post su questo argomento, ma contavo di
ritrovare l’articolo dell’Ansa d’inizio agosto che l’aveva presentato.
L’ho finalmente recuperato ed è così che vado a proporvi una discussione
su una recente scoperta relativa alle piramidi egizie e in particolare a
quella di Cheope: sembrano in grado di concentrare energia
elettromagnetica. Questo a mio avviso apre a nuovi scenari e la mia idea
ve la dico alla fine. Ora vi lascio al testo della nostra agenzia
ufficiale di stampa.
Le celle solari del futuro si ispireranno
alla Piramide di Cheope: al di là delle leggende, la piramide di Giza è
stata studiata con i metodi della fisica ed è emerso che riesce a
concentrare l’energia elettromagnetica, e precisamente le onde radio,
sia nelle camere interne sia nella base. Si potrebbero così progettare
nanoparticelle ispirate alla struttura di questo edificio che siano in
grado di riprodurre un effetto analogo nel campo dell’ottica, da
utilizzare per ottenere celle solari più efficienti. Lo indica la
ricerca pubblicata sul Journal of Applied Physics e condotta dai fisici
della Itmo University a San Pietroburgo e del tedesco Laser Zentrum di
Hannover. Per Tullio Scopigno, fisico dell’Università Sapienza di Roma,
l’applicazione prospettata dai ricercatori è interessante “ma questo
studio va preso con cautela, in quanto basato su modelli matematici non
ancora supportati da evidenze sperimentali”. I ricercatori hanno
condotto lo studio perché interessati alla struttura della della tomba
del faraone Cheope dal punto di vista fisico. In particolare hanno
voluto vedere come le onde radio si distribuiscono nella sua complessa
struttura. Per farlo hanno ipotizzato che non ci siano cavità
sconosciute e che il materiale calcareo da costruzione sia uniformemente
distribuito. Sulla base di queste ipotesi è stata messa a punto
una simulazione matematica e si è visto che la Grande Piramide
può concentrare le onde radio nelle sue camere interne e sotto la base,
un po’ come una parabola. Questo avviene, rileva Scopigno, perché “la
lunghezza d’onda delle onde radio, compresa 200 e 600 metri, è in un
certo rapporto rispetto alle dimensioni della piramide”. Questo
significa che per avere lo stesso effetto con altri tipi di radiazioni
che hanno lunghezze d’onda diverse, come la luce, sono necessarie
strutture di dimensioni diverse, precisamente occorrono dispositivi in
miniatura. Ecco perché i ricercatori prevedono di
progettare nanoparticelle, ossia delle dimensioni di qualche milionesimo
di millimetro, e a forma di piramide, in grado di riprodurre effetti
simili nel campo ottico, da usare nelle celle solari.
Fatti salvi gli ulteriori e necessari
accertamenti sulla validità della tesi, che cosa si può dire. A mio
avviso, la riflessione è molto semplice: delle piramidi egizie abbiamo
conosciuto solo alcuni aspetti, come la valenza architettonica,
simbolica, artistica, religiosa. Ma potremmo essere alla fine di un
fiume e all’imbocco di un mare particolarmente vasto, dove forse il
futuro ci riserverà delle sorprese, magari la conferma che queste
strutture non sono di mano terrestre. Quanto alla concentrazione
dell’energia, altre piramidi nel mondo – a cominciare da quelle
bosniache di cui abbiamo parlato anche nel blog – sembrano avere delle
proprietà specifiche. E questo, secondo me, è un dato di fatto
particolarmente interessante.
La convinzione è che ogni essere umano
abbia un’anima che continua a rivivere in nuove forme di vita, mentre si
muove sul suo cammino karmico, per raggiungere uno stato di “perfetta
illuminazione”. Sempre se ci si riesce!
Se si raggiunge questo obiettivo, l’anima cessa di rinascere perché ha
compiuto il suo cammino evolutivo, e non ha più bisogno di accumulare
esperienze nel gioco di questa dimensione-sogno.
Hai mai sentito che esistono anime antiche, cioè quelle anime che si
sono reincarnate in moltissime vite? Sappi che tu potresti essere una di
loro.
Come l'anima incarnata passa dall'infanzia alla giovinezza eppoi alla vecchiaia, al momento della morte trasmigra in un altro corpo.
Questi sono i 7 segni convincenti, che ti diranno che probabilmente sei qui da molte vite.
1. Sogni ricorrenti
Se tendi ad avere sogni ricorrenti, specialmente di persone o luoghi che
non hai mai incontrato o visitato nella vita reale, ma in qualche modo
sembrano estremamente familiari, potrebbe essere perché il tuo
subconscio ricorda delle tue esperienze in vite precedenti.
2. La tua intuizione è altamente sviluppata
Si crede che l’intuizione provenga dalla capacità di sfruttare la
saggezza e la conoscenza che non è prontamente disponibile per tutti
noi. Se la tua intuizione è molto forte, potrebbe essere che la tua
anima ha goduto di una ricchezza di esperienze che è in grado di
sfruttare.
3. Hai spesso dei deja vu
I ricordi delle vite passate non arrivano solo dai sogni. Se vivi spesso
dei deja vu, con visioni, suoni, sapori e odori, incredibilmente
familiari per motivi che non conosci, sappi che essi possono essere
effettivamente dei “flashback” di tutte le esperienze che l’anima ha
vissuto prima.
4. Sei molto empatico
In particolare, i buddisti credono che se hai un alto livello di
empatia, probabilmente sei un’anima più antica. Le anime più antiche
tendono ad essere più sensibili alle proprie emozioni e a quelle altrui,
perché hanno avuto più tempo per sperimentarle.
5. Sei attratto da specifici periodi e culture
Se hai un forte legame o ti senti di essere appartenuto a determinati
periodi o culture, potrebbe essere dovuto ai residui di una vita
passata, dove con molta probabilità, ha vissuto un’esistenza
particolarmente serena.
6. Hai paure inspiegabili
Hai una paura intensa di qualcosa senza un particolare motivo?
Forse hai paura di morire annegato o bruciato, per esempio, ma non hai
mai avuto degli incidenti nella tua vita che potrebbero giustificare
quelle paure. Questo potrebbe significare che sei annegato o che sei
stato bruciato/a, in una vita passata. “Non dimentichiamoci che
moltissime persone sono state bruciate per mano della chiesa, nell’epoca
dell’inquisizione”.
7. Non sei particolarmente attratto da esperienze off-limits.
Avete notato mai che chi fa sport estremi o tende verso esperienze di
avventura estrema tende a morire giovane? La risposta potrebbe risiedere
nel fatto che queste "anime giovani" non hanno mai accumulato
esperienze intense in questa dimensione, per cui tendono a ricercare
sempre nuovi stimoli, avventure, sport e tutto quello che stimola la
voglia di "provare" quello che il gioco della vita ha da offrirgli. Se
non hai queste tendenze allora le hai già "collezionate" e non senti la
necessità di doverle provare. Appartengono già al tuo album
esperienziale! Ma potrebbero anche non appartenere agli scopi animici
personali.
In an interview with British curator Matthew Higgs, Susan Hiller
states, “I consider that definitions of reality are always
provisional…that we are all involved collectively in creating our
notions of ‘the real’.”
Then she adds, “Anything that is ‘super’ or
‘extra’ is just a way of throwing up a debate around the kind of
experiences that people have all the time.” In addition to “super” and
“extra”, you can add “para”—as in paranormal—to describe the human
experiences that Hiller often investigates in her work. Over her 40-year
career, she has made reference to subjects that range from clairvoyance
and automatic writing to fairy rings, levitation, and UFO sightings.
Perhaps
it would be more precise to say that Hiller’s art examines accounts of
such things, posing questions about how the collective human psyche
attempts to give form to the mysterious and the supernatural. The
photographs, paintings, and video and sound installations in her Polygon
Gallery exhibition Altered States, so smartly curated by Helga
Pakasaar, indicate Hiller’s curiosity about certain tropes, images, and
narratives that recur in our culture and that yet are often considered
undeserving of serious examination or contemplation.
Born
and educated in the United States and based for more than four decades
in London, England, Hiller studied archaeology, linguistics, and
anthropology before turning her high-beam intelligence toward art
making. Critics and curators have frequently observed that her doctoral
degree in anthropology has informed her practice. It is both
illuminating and delightful that this influential senior artist, writer,
and educator describes herself as a “paraconceptualist”. (“I’m
interested in occult powers,” Hiller told the Guardian’s Kate
Kellaway, “and if people find this ludicrous that is their problem.”) An
example of a practice situated somewhere between conceptualism and the
paranormal—between the histories of art and science, too—is G-STS. This
work is composed of a grid of small photographs of what appear to be
ghostly emanations or spectral presences in everyday settings, images
Hiller found on the Internet and reconfigured to resemble Polaroids.
(Polaroids suggest both immediacy and, yes, provisionality.) Two of the
16 squares in the photographic grid are blank, perhaps intended to
accommodate our own projections, perhaps to symbolize the open-endedness
of the phenomena, or perhaps, too, to suggest that the age-old belief
in ghosts is an element of that provisional rather than absolute reality
that Hiller cites. As is true of all the works in the show, the images
are presented without judgment. Hiller insists, again to Higgs, that her
art has nothing to do with her own “belief or disbelief in the realm of
the supernatural”.
Other works here include backlit negatives of
automatic writing, enlarged reproductions of antique postcard imagery of
high seas pounding British shores, and paintings on collaged layers of
old wallpaper. Most compelling, however, are Hiller’s two immersive
video installations with sound. Hilleropening – Susan Hiller, PSI Girls, 1999. Five-screen video installation with sound. Installation view. Amy RomerPsi Girls, a five-screen work from 1999, employs brightly tinted, highly edited two-minute excerpts from the films The Fury, Stalker, The Craft, Firestarter, and Matilda.
All were made between 1978 and 1996, all were written and directed by
men, and all feature little or teenage girls exercising telekinetic or
pyrokinetic abilities. Run without dialogue, Psi Girls is
backed by a percussive soundtrack that builds in tempo, reaches a
crescendo, then ends abruptly with a loud and static-y eruption of white
noise as the screens go blank. The excerpts then rearrange themselves
on different screens and the action begins again. It’s a mesmerizing
work, drawing us in as it asks, among other questions, why popular
culture of the period invested innocent-looking girls and young women
with such frightening, even demonic powers. (This, before vampires took
over centre stage and scary sexuality.)
Projected onto a single large screen in a darkened room, Resounding (Infrared)
is equally mesmerizing throughout its 30-minute running time. Shifting
and shimmering colours and patterns are projected onto a single large
screen, keyed to a complex and encompassing soundtrack that includes
audio transcriptions of Big Bang cosmic radiation, radio waves from
Pulsar BO 838-45, unexplained short-wave radio recordings, and,
significantly, spoken accounts of UFO sightings by many individuals
around the world. Visually and aurally arresting, intellectually
probing, Resounding asks us to join Hiller in examining the human
longing to understand and give form to the deepest mysteries at the
heart of our universe.
Can’t ask much more than that of any artwork anywhere.
Sono molte le teorie che cercano di spiegare perchè l’uomo passi un terzo della sua vita dormendo. Si è passati dal considerare il sonno alla stregua di altri
adattamenti evolutivi, riconoscendogli la funzione di recupero
energetico e quindi d’inattività mentale e fisica ad un’idea di sonno
attivo, caratterizzato da sotto-processi indispensabili per la vita
dell’essere umano.
Il sonno, insomma, è uno dei misteri della biologia. Ma a porre altri
interrogativi è l’attività legata a doppio filo al sonno, cioè
‘sognare’.
I sogni hanno affascinato l’essere umano sin dall’antichità. Per i
nostri antenati erano il mezzo utilizzato dagli dei per entrare in
comunicazione con gli uomini. Anche nella Bibbia vengono riportati
episodi in cui si narra di sogni destinati ad istruire la persona su la
volontà di Dio.
Ma perchè sogniamo? A cosa servono i sogni? Anche in questo caso,
sono state proposte numerose teorie, ma nessuna di esse risulta
pienamente condivisa dai ricercatori. Considerando l’enorme quantità di
tempo che passiamo in stato di sogno, il fatto che i ricercatori non
abbiano ancora capito la funzione dei sogni può sembrare sconcertante.
Dopo essere stati oggetto di riflessione da parte di uomini religiosi
e filosofi, solo di recente i sogni sono diventati oggetto di ricerca
empirica e studio scientifico.
Innanzitutto, cominciamo da una domanda di base: che cosa è un sogno?
Tutti noi abbiamo fatto l’esperienza sconcertante di sogni dal
contenuto misterioso, composto da immagini, pensieri ed emozioni
praticamente reali.
Essi possono essere straordinariamente vividi o molto vaghi, piene di
emozioni gioiose, dalle quali mai vorremmo svegliarci, o da immagini
spaventose che condizionano il nostro stato d’animo durante la veglia.
E come spiegare l’esperienza che in molti hanno provato del ‘sogno
nel sogno’? Sognare di sognare non è così frequente, ma quando capita
colpisce molto la fantasia ed il ricordo del sognatore che si sente
proiettato in una profondità inconscia o in una vita parallela
misteriosa.
Ricercatori come lo psichiatra e scrittore Frederik van Eeden hanno
anche parlato di ‘sogni lucidi’ o ‘sogni coscienti’, per indicare
un’esperienza durante la quale si può prendere coscienza del fatto di
stare sognando. Il sognatore in questione, detto ‘onironauta’, può
quindi, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio
sogno.
Stephen LaBerge, scienziato all’università di Stanford e fondatore
del Lucidity Institute, un centro di ricerca sul fenomeno dei sogni
lucidi, descrive l’esperienza come “il sognare sapendo di stare
sognando”.
In realtà, non esiste una definizione universalmente accettata dei
sogni. In generale si osserva una forte corrispondenza con la fase REM,
durante la quale un elettroencefalogramma rileva un’attività cerebrale
paragonabile a quella della veglia. I sogni che siamo in grado di
ricordare, non avvenuti durante la fase REM, sono a confronto più
banali.
Un uomo in media sogna complessivamente per sei anni durante la sua
vita(circa due ore per ogni notte). Non si conosce ancora l’area del
cervello in cui hanno origine i sogni, né sappiamo se abbiano origine in
una singola area o se più parti del cervello vi concorrano, né
conosciamo lo scopo dei sogni per il corpo e la mente. Insomma, ci
troviamo di fronte ad un enigma biologico vero e proprio.
Alcuni ricercatori sostengono che i sogni non servano a nulla di
reale, mentre altri sono convinti che sognare sia una funzione
fondamentale della mente, con ricadute benefiche sullo stato emotivo e
fisico della persona.
Ernest
Hoffman, direttore dello Sleep Disorder Center presso il Newton
Wellesley Hospital di Boston, suggerisce che una possibile funzione dei
sogni (anche se certamente non provata) è che questi tessano nuovo
materiale nell’archivio della memoria cerebrale, in modo da ridurre
l’eccitazione emotiva e contribuire all’attenuazione di ulteriori traumi
e stati di stress.
Deirdre Barret, psicologa dell’Harvard University, è invece convinta
che i sogni siano lo strumento di cui è dotato l’uomo per risolvere i
problemi. Sognare potrebbe aiutarci a trovare soluzioni a problemi che
ci affliggono durante le ore di veglia. Si tratterebbe di un’attività
cerebrale simile al pensiero, ma in uno stato leggermente diverso
rispetto a quando i nostri occhi sono aperti.
La Barret, per argomentare la sua teoria, ha legato il ‘sognare’
all’evoluzione: “La mia opinione è che l’evoluzione non spreca nulla.
Tutte le funzioni degli esseri viventi si evolvono per uno scopo, per
generare qualcosa di utile”.
Lo scopo della ricercatrice è quello di dimostrare che i sogni non
sono un semplice sottoprodotto dello stato REM tipico del sonno
profondo, ma il frutto di una lunghissima storia evolutiva che ha dotato
i viventi di tale facoltà per uno scopo preciso.
Tuttavia, non tutti sono d’accordo con la prospettiva suggerita dalla
Barret. Alcuni ricercatori si sono chiesti se l’uomo, e gli altri
esseri viventi, si fossero evoluti su un pianeta perennemente
illuminato, dove l’alternanza notte/giorno sarebbe stata inesistente, lo
stesso avrebbero sviluppato l’esigenza del sonno e la facoltà di
sognare?
Inoltre, a giudizio di molti, il sonno non sembra un attività così
pratica: dall’uomo al gatto, dai rettili agli uccelli e gli insetti,
trascorriamo tanta parte della nostra vita in uno stato, il sonno,
durante il quale non possiamo procacciarci cibo, ne accoppiarci e quindi
riprodurci; in cui rimaniamo vulnerabili agli attacchi dei predatori
mentre continuiamo a consumare, comunque, una quota significativa di
energie. Basti pensare che tra otto ore passate a letto in stato di
veglia anziché dormendo, in termini di consumo energetico la differenza
sta in un bicchiere di latte.
Infine, se come afferma la Barret il sogno è finalizzato alla
soluzione di problemi che ci affliggono nelle ore di veglia, come mai su
8 ore passate a dormire, ne trascorriamo solo due nella terra dei
sogni? E perché il sonno ha sede nel tronco encefalico, la parte più
primitiva del cervello?
La psicoanalisi
Il
padre della psicanalisi, Sigmud Freud, suggerì che i sogni possano
essere una rappresentazione di desideri inconsci, pensieri e
motivazioni. Secondo la sua visione della personalità, le persone sono
guidate da istinti aggressivi e sessuali, normalmente repressi dalla
consapevolezza cosciente.
Se questi istinti non possono essere espressi consapevolmente, Freud
pensò che potessero trovare la loro strada nei sogni. Nel suo famoso
libro ‘L’interpretazione dei sogni’, Freud scrisse che i sogni sono
“adempimenti camuffati di desideri repressi”.
Nonostante la teoria di Freud abbia contribuito alla popolarità
dell’interpretazione dei sogni, ricerche successive hanno dimostrato che
il contenuto manifesto del sogno nasconde il vero significato
psicologico. Tale modello, chiamato “teoria di attivazione di sintesi”,
fu elaborato nel 1976 da J. Allan Hobson e Robert McCarley, secondo i
quali i circuiti nel cervello si attivano durante il sonno REM, il che
fa sì che alle aree del sistema limbico coinvolto nelle emozioni,
sensazioni e ricordi, di diventare attive.
Il cervello sintetizza questa attività interna e tenta di dare
significato a questi segnali, attività che si traduce nel ‘sognare’.
Questo modello suggerisce che i sogni sono un’interpretazione personale
di segnali generati dal cervello durante il sonno.
Anche se questa teoria suggerisce che i sogni siano il risultato di
segnali generati internamente, Hobson è convinto che i sogni non siano
privi di significato, anzi “si tratta del nostro stato di coscienza più
creativo. Alcuni sogni sembrano non avere senso, eppure spesso sono
davvero utili a darci nuove informazioni: sognare non è tempo sprecato”,
conclude il ricercatore.
Universi paralleli
A
fare un’incursione nella ‘questione onirica’ c’è anche la fisica
quantistica. Alcuni scienziati si stanno progressivamente convincendo
che i nostri sogni siano delle finestre che affacciano in universi
paralleli, dove le cose avvengono in maniera molto diversa rispetto al
nostro universo.
Considerando la possibilità che gli universi paralleli esistenti
possano esistere in numero infinito, allora anche le possibilità dei
sogni sono infinite. Nei sogni abbiamo la capacità di migrare nel
‘multiverso’ sperimentando viaggi davvero incredibili.
Mentre il mondo gira, miliardi di persone, e forse anche gli animali,
fanno questi viaggi interdimensionali. Il confronto tra i modelli
cerebrali tra veglia e sonno indica che il cervello non funziona in modo
simile nei due stati, eppure, in entrambi i casi, siamo consapevoli e
presenti a noi stessi.
In entrambi gli stati stiamo ricevendo input sensoriali, anche se nel
caso dei sogni l’origine di questi dati in ingresso e degli organi
coinvolti nella loro ricezione rimangono un mistero. In un articolo
pubblicato qualche tempo fa sul fenomeno del Deja Vù, furono presentati i pareri di alcuni ricercatori in proposito.
Il dott. Michio Kaku, conosciuto dalla maggior parte delle persone
per la sua attività di divulgatore scientifico e per le sue teorie che
certamente travalicano i confini delle fisica tradizionale, ha proposto
un’interessante connessione tra il fenomeno del déjà vu e l’esistenza degli universi paralleli.
Secondo il dott. Kaku, la fisica quantistica afferma che c’è la
possibilità che il déjà vu sia causato dalla nostra capacità di saltare
da un universo all’altro! E’ un pò come se centinaia di onde radio
differenti fossero trasmesse intorno a noi da stazioni lontane.
Se siamo in possesso dello strumento giusto, una semplice radiolina,
possiamo ascoltare una sola frequenza alla volta, questo perchè tutte le
frequenze non sono in fase tra loro.
Ogni stazione trasmette il proprio segnale a una frequenza diversa,
con un’energia diversa. Il risultato è che la radiolina può captare una
sola frequenza alla volta. Allo stesso modo, nel nostro universo noi
siamo sintonizzati sulla frequenza che corrisponde alla realtà fisica.
Ma ci sono un numero infinito di realtà parallele che esistono attorno a
noi, “trasmesse” ad una frequenza differente dalla nostra e con le
quali noi non possiamo sintonizzarci.
Trasportando questa suggestiva teoria alla ‘questione onirica’,
possiamo supporre che i sogni si producano quando il nostro cervello (la
nostra mente) è in grado di sintonizzarsi su un differente stato
quantico dell’Universo, cioè un universo parallelo?
Quando ci troviamo a sognare una situazione talmente vivida da
sembrare reale, stiamo forse ‘captando’ la mente e i dati sensoriali del
nostro ‘alterego parallelo’? Ed è anche possibile che un nostro
alterego si sintonizzi sulla nostra mente per sognare la nostra vita?
Chissà! Possibilità del genere aprono a domande più profonde, quali
‘che cosa è la coscienza’? Essa è la più sfuggente ed eterea delle
realtà che possiamo comprendere. La fisica quantistica, con il progresso
degli studi, tende sempre più a staccare la coscienza dai processi
chimici e fisici del cervello, fino a darle una esistenza propria (che
alcuni chiamano ‘anima’) e darle la dignità di ‘struttura fondamentale
dell’universo’.
Secondo un nuovo studio pubblicato su Physical Review Letters, i dati
sulla radiazione cosmica di fondo sono coerenti con l'idea di un
universo olografico. «L’idea alla base della teoria olografica
dell’universo è che tutte le informazioni che costituiscono la ‘realtà’ a
tre dimensioni siano contenute entro i confini di una realtà con una
dimensione in meno»., spiega Claudio Corianò, fisico teorico coinvolto
nello studio.
.
[Istituto Nazionale di Fisica Nucleare]
Un nuovo studio ha fornito le prime importanti indicazioni scientifiche
sulla compatibilità statistica con i dati sperimentali del modello
olografico dell’universo, secondo il quale il nostro universo sarebbe,
appunto, un grande e complesso ologramma.
La ricerca ha coinvolto fisici e astrofisici teorici di Regno Unito,
Italia e Canada, in particolare dell’Università di Southampton in
Inghilterra, della Sezione di Lecce dell’INFN e dell’Università del
Salento in Italia, del Perimeter Institute e dell’Università di Waterloo
in Canada.
La ricerca è frutto di un’analisi congiunta di aspetti teorici e
fenomenologici della fisica dell’universo primordiale, uniti a studi di
fisica delle interazioni fondamentali.
I risultati di questa complessa analisi sono stati confrontati con i
dati sperimentali satellitari sulla radiazione cosmica di fondo (Cosmic
Microwave Background, CMB) e sono stati trovati in accordo con essi.
Il modello corrente del nostro universo, che è in una fase di
accelerazione dovuta alla presenza di energia oscura, prevede una
cosiddetta ‘costante cosmologica’, introdotta da Einstein negli anni ’20
e chiamata Lambda, insieme a materia oscura fredda (Cold Dark Matter,
CDM), e per questo prende il nome di modello Lambda-CDM. Questo modello è
supportato dai dati sperimentali.
La nuova ricerca, pubblicata su Physical Review Letters, prova che gli stessi dati sperimentali sono a favore anche di un modello di universo olografico.
«L’ipotesi che il nostro universo funzioni come un enorme e complesso
ologramma è stata formulata negli anni ’90 del secolo scorso da diversi
scienziati, raccogliendo evidenze teoriche in vari settori della fisica
delle interazioni fondamentali», spiega Claudio Corianò, ricercatore
dell’INFN e professore di fisica teorica dell’Università del Salento,
che ha partecipato alla ricerca insieme ai colleghi Niayesh Afshordi,
Luigi Delle Rose, Elizabeth Gould e Kostas Skenderis.
«L’idea alla base della teoria olografica dell’universo è che tutte
le informazioni che costituiscono la ‘realtà’ a tre dimensioni, più il
tempo, siano contenute entro i confini di una realtà con una dimensione
in meno», prosegue Corianò.
Si può immaginare che tutto ciò che si vede, si sente e si ascolta in
3D, compresa la percezione del tempo, sia emanazione di un campo piatto
bidimensionale, cioè che la terza dimensione sia ‘emergente’, se
paragonata alle altre due dimensioni.
L’idea, quindi, è simile a quella degli ologrammi ordinari, in cui
l’immagine tridimensionale è codificata in una superficie
bidimensionale, come nell’ologramma su una carta di credito, solo che
qui è l’intero universo a essere codificato. In un ologramma la terza
dimensione viene generata dinamicamente a partire dall’informazione
sulle rimanenti due dimensioni.
.
«Per creare un ologramma si prende un fascio laser luminoso e lo si
separa all’origine in due fasci: uno è inviato su un oggetto distante e
quindi viene riflesso, mentre l’altro è inviato per essere registrato»,
spiega Corianò. «Servono due coordinate per indirizzare il fascio
incidente sull’oggetto, in modo da esplorarlo completamente, mentre è
proprio l’interferenza tra il fascio originario e quello riflesso che
permette di ricostruire l’immagine e dare il senso della profondità».
Si può rappresentare il concetto pensando al cinema in 3D. Anche in
questo caso la visione 3D è il risultato di due immagini differenti
inviate all’occhio destro e all’occhio sinistro, dove una scena viene
ripresa da due angolature distinte, che il nostro cervello processa
automaticamente generando il senso della profondità.
L’informazione, in questo caso, viene da uno schermo piatto, ma è
percepita dall’osservatore come tridimensionale. In ambito cosmologico,
per avere una rappresentazione semplificata della formulazione
olografica, possiamo immaginare che ci sia una superficie ideale, sulla
quale tutta l’informazione dell’universo venga in qualche modo
registrata, come in un ologramma: uno schermo che contiene la “scena”
dell’intero universo.
Gli scienziati ora sperano che il loro studio possa aprire la via per
migliorare la nostra comprensione dell’universo e spiegare come lo
spazio e il tempo si siano prodotti.
Questa è l'incredibile storia di un uomo americano ritornato in vita dopo
essere tecnicamente morto per quasi un ora. Quando ormai i medici
avevano interrotto ogni tentativo per rianimarlo, l'uomo ha scioccato
tutti ritornando in vita. Ma ciò che più sconcerta è il racconto di ciò
che ha visto dall'altra parte.
Brian Miller, 41 anni, è un camionista dell’Ohio. Mentre era intento
ad aprire un contenitore, si è reso conto che c’era qualcosa che non
andava.
L’uomo ha immediatamente chiamato la polizia. “Sono un autista di
camion e penso che sto avendo un attacco di cuore”, ha detto
all’operatore.
Miller è stato prelevato da un ambulanza e subito ricoverato in un
ospedale locale dove i medici sono riusciti ad arginare l’attacco
cardiaco.
Ma dopo aver ripreso conoscenza e sentire alleviare il dolore, l’uomo ha sviluppato una fibrillazione ventricolare,
una aritmia cardiaca rapidissima, caotica che provoca contrazioni non
coordinate del muscolo cardiaco dei ventricoli nel cuore.
Il risultato è che la gittata cardiaca cessa completamente. La
fibrillazione ventricolare è uno dei quattro tipi di arresto cardiaco.
«Non c’era battito cardiaco, non c’era pressione sanguigna e non c’era polso», racconta l’infermiera Emily Bishop a fox8.com.
I medici hanno cercato di rianimarlo, tentando per quattro volte di
riportarlo in vita, ma Miller sembrava ormai senza speranza.
È a partire da questo momento che Miller ha raccontato di essere
scivolato via in un mondo celeste. «L’unica cosa che mi ricordo è che ho
cominciato a vedere la luce e a camminare verso di essa», racconta
Brian.
Si è ritrovato a percorrere un sentiero fiorito con una luce bianca
all’orizzonte. Miller racconta che ad un tratto ha incontrato la sua
matrigna, morta da poco tempo.
«Era la cosa più bella che avessi mai visto e sembrava così felice»,
racconta. «Mi ha preso il braccio e mi ha detto: “Non è ancora il tuo
momento, tu non devi essere qui. Devi tornare indietro, ci sono cose che
ancora devi fare”».
Dopo 45 minuti, il cuore di Miller è tornato a battere dal nulla, ha
detto la Bishop. «Il suo cervello è rimasto senza ossigeno per 45 minuti
e il fatto che lui possa parlare, camminare e ridere è veramente
incredibile».
«Sono contento di essere tornato tra i vivi», ha detto Miller. «Ora
sono sicuro che la vita continua dopo la morte e la gente deve sapere e
credere in essa, alla grande!».
Come riporta messagetoeagle.com,
quello vissuto da Miller è un fenomeno noto ai ricercatori che studiano
le esperienze di premorte (NDE). Nella maggior parte dei casi, coloro
che sperimentano le NDE cambiano per sempre, sviluppando una concezione
più spirituale della vita e molto più serena. I soggetti non temono più
la morte, spiegando che l’esperienza è diventata la pietra angolare
della loro vita.
Qualche tempo fa, un’esperienza di premorte è stata in grado anche di
convincere un neurochirurgo scettico. È il caso del dottor Eben Alexander, uno scienziato agnostico che dopo l’esperienza è diventato un convinto sostenitore della vita spirituale.
Nel 2008, il dottor Alexander è scivolato in coma per sette giorni.
Quello che visse in quei gironi ha cambiato per sempre la sua concezione
dell’esistenza. “Come neurochirurgo, non credevo nel fenomeno delle
esperienze di pre-morte. Sono cresciuto in una cultura scientifica,
essendo figlio di un neurochirurgo”, spiega Alexander.
«Non sono la prima persona ad aver scoperto che la coscienza umana
esiste al di là del corpo. Brevi, meravigliosi scorci di questa realtà
sono antichi come la storia umana. Ma per quanto ne so, nessuno prima di
me ha viaggiato in questa dimensione con la corteccia completamente
spenta e con il corpo sotto osservazione medica minuto per minuto e per
sette giorni di seguito».
Pur essendo in come, il dottor Alexander racconta di aver visto il
paradiso, dove dice di aver incontrato una bellissima donna dagli occhi
azzurri in un luogo fatto di nuvole e di esseri scintillanti. «Mi ci
sono voluti mesi per venire a patti con quello che mi è successo».
«So bene quanto sia straordinario e quanto suoni francamente
incredibile. Se ai vecchi tempi qualcuno, anche un medico, mi avesse
raccontato una storia del genere, sarei stato certo che era sotto
l’incantesimo di una qualche delusione. Ma tutto questo era successo a
me ed era reale, e forse più reale di ogni evento della mia vita. Quello
che mi è successo esige una spiegazione», conclude Alexander.
Ana Leboeuf è un’infermiera brasiliana che ha vissuto un’esperienza
di morte imminente (NDE). Da anni si dedica alla ricerca sul rapporto
tra coscienza e cervello, indagando anche sulla morte e sulle uscite dal
corpo (OBE) in quanto membro della IAC (Accademia internazionale di
Coscienziologia) . L’abbiamo incontrata a un recente congresso e le
abbiamo chiesto perché a suo modo di vedere il fatto di abituarsi a
vivere esperienze fuori dal corpo aiuta a perdere la paura della morte.
“Praticare le proiezioni fuori dal corpo è uno dei modi più sicuri di
perdere la paura della morte” ci risponde. “ Infatti la proiezione è in
se stessa una specie di morte provvisoria. Se il soggetto prende
coscienza di essere fuori dal proprio corpo fisico, vive coscientemente
una specie di morte e si rende conto che questa esperienza non ha nulla
di spaventoso. Ho notato che le persone che hanno una certa familiarità
con le proiezioni parlano spesso della morte, al contrario della
maggioranza della gente che fa di tutto per evitare questo tema. Devo
aggiungere che personalmente credo nella reincarnazione e penso che
capire di stare compiendo un processo evolutivo di cui una vita e una
morte non sono altro che tappe aiuta a superare la paura di morire.”
Quindi è solo la paura dell’ignoto che genera il tabù della morte? Oltre al terrore dell’ignoto, tra le cause principali per cui la
maggior parte delle persone ha paura della morte e tende a rimuovere il
pensiero di dover morire un giorno ci sono gli attaccamenti. Gli
attaccamenti sono ciò che ci lega a questa vita. In particolare siamo
attaccati ai nostri cari e di conseguenza temiamo di perderli. Abbiamo
paura della morte perché la morte ci separa da tutti coloro che abbiamo
amato. Un altro lavoro importante per prepararsi alla morte, oltre alla
pratica delle proiezioni fuori dal corpo, consiste nel vincere gli
attaccamenti. Dobbiamo staccarci affettivamente dai nostri cari? Certo che no. È giusto voler bene ai propri familiari, ma il fatto
di sapere di aver già vissuto varie vite e di aver avuto molti padri,
molte madri, molti fratelli, molti mariti o mogli ai quali siamo stati
legati esattamente come oggi lo siamo ai nostri cari ci può aiutare a
vedere tutto nelle giuste proporzioni. Se ci rendiamo conto che oggi
alcuni di questi esseri sono in questa dimensione come noi, mentre altri
si trovano in dimensioni extrafisiche. Se scopriamo che abbiamo amato
tutti questi esseri come oggi amiamo i nostri familiari attuali, allora
perdiamo l’attaccamento morboso alla nostra famiglia. Lei fa parte di un gruppo di studio sulla morte fondato dall’IAC. Potrebbe parlarcene? Volentieri. Si tratta di un gruppo che viene chiamato “invisibile”
in quanto non ha una sede fisica. Ci incontriamo settimanalmente online
per discutere del tema della morte. Annualmente avviene un incontro
effettivo durante il quale affrontiamo temi specifici quali un video, o
un libro. In queste occasioni organizziamo attività aperte al pubblico,
sempre legate al tema della morte. Questo gruppo è aperto a tutti? Sì a tutti, a condizione di essere accettati dai coordinatori. Abbiamo persone di vari paesi e usiamo varie lingue. Avete progetti per il futuro? In effetti sì. Vorremmo dialogare con persone e organizzazioni fuori dalla IAC. Il nostro progetto ha un nome: Vita sana, morte felice.
Per vita sana non intendiamo tanto la salute fisica quanto quella
psichica. Spesso le persone che hanno una malattia cronica grave si
preoccupano solo di guarire fisicamente, ma non pensano alla propria
salute coscienziale che potrebbe aiutarle a passare in modo felice in
altre dimensioni. Un’altra proposta è lavorare con pazienti terminali e
con i loro famigliari. Nel gruppo abbiamo una psicologa specializzata
nel tema dell’elaborazione del lutto che potrebbe aiutare le famiglie a
vivere il dolore della perdita. È importante non rimuovere il lutto, ma
vivere il dolore in modo sano e positivo. Vi interessate anche di culture antiche o tradizionali dove il
concetto di morte è radicalmente diverso dal nostro e dove la vita dopo
la morte non viene messa in dubbio? Personalmente sono convinta che tutti noi siamo già passati da
queste antiche credenze. Nell’esistenza presente dobbiamo preparare le
nostre vite future. Se, grazie alle tecniche di proiezione, riusciamo a
conservare una certa lucidità durante il processo di morte, potremo
affrontare meglio il periodo tra le vite e preparare le nostre prossime
incarnazioni. Anche l’IAC ha una tecnica chiamata retrocognizione che
permette di raccogliere informazioni da vite passate, forse vissute
proprio nei popoli e nelle civiltà cui faceva allusione. Tuttavia, se
come credo stiamo compiendo un processo evolutivo, allora sappiamo che
ciò che siamo oggi è meglio di ciò che siamo stati nelle vite
precedenti. Perciò credo sia molto importante guardare avanti anziché
legarci al passato e usare al meglio ciò che siamo stati in questa vita. La meditazione può aiutare a prepararci alla morte? La meditazione si può paragonare alla proiezione. Se l’interessato
ha un buon livello di evoluzione si troverà a livelli extrafisici
elevati. Ma se al contrario ha molte immaturità, troverà livelli
corrispondenti. È vero che durante queste esperienze possiamo incontrare
delle entità più evolute che ci aiutano. Io stessa durante l’esperienza
di premorte ho incontrato un’entità molto più evoluta di me. Ho sentito
la sua grande serenità, la pace che emanava. Ma questi incontri non
fanno evolvere automaticamente. Semmai servono a capire che dobbiamo
lavorare su noi stessi per arrivare a un livello migliore. Non credo che
il solo fatto di meditare ci aiuti nell’evoluzione. Credo molto più nel
lavoro concreto nella vita di tutti i giorni. Quando medito posso
effettivamente toccare un livello più alto, ma se ciò non viene unito
alla pratica, rimane molto teorico. Non bisogna dimenticare che la vita
spesso ci confronta con molte immaturità, molta violenza e che tutto ciò
mette alla prova il nostro livello evolutivo.